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Racconti per la festa della mamma

Mamma Caterina
Mamma Caterina è una mamma dolce, affettuosissima ed instancabile. Ella cresce i suoi tre bambini da sola perché il papà lavora in un paese lontano, ritornando a casa dalla sua famiglia solo di tanto in tanto. Per cui mamma Caterina ha sulle sue spalle tutto il peso della famiglia ed il carico di responsabilità di crescere, educare e sorvegliare i propri pargoli. Mamma Caterina cerca di non fare mancare nulla ai suoi bambini e di dare loro serenità, sicurezza,protezione e tantissimo amore. Ella è molto triste perché Filiberto,l’ ultimo nato, che tutti chiamano Pelrosso per via dei suoi capelli rossi, non è educato ed ubbidiente come i fratellini. Anzi, possiede un bel caratterino. Non vuole essere ripreso, è sempre sgarbato e prepotente . Non ascolta gli insegnamenti materni ed è insofferente alle regole. Mamma Caterina si chiede come mai questo figlio pur vivendo nella stessa famiglia ed essendo stato educato allo stesso modo dei fratelli sia così diverso da loro. Quanti dispiaceri le sta procurando! Ah, se il papà fosse stato più presente forse tutto questo non sarebbe successo, pensa la donna tra sé. In cuor suo, però, ella sa che fin da quando è venuto al mondo Filiberto si è dimostrato diverso dagli altri. Molto vivace , testardo ed ingestibile.
Segue

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Se la mamma mi chiedesse

“Se la mamma mi chiedesse una casa dove poter riposare,gliela costruirei in cima a una montagna,vicino a un grazioso paesino,ma non abbastanza da sentirne i rumori.

E gliela costruirei in un bosco,così che la mattina,quando si svegli,si illumini della luce che filtra tra le foglie e penetra nella finestrina vicino al letto.

E metterei nella stanza da letto un letto con i materassi di piuma e le coperte di petali di tutti i fiori che la natura ha creato.

E metterei un caminetto per scaldarsi quando è freddo,e una tavola imbandita di tutto ciò che vuole.

E,per la mamma,metterei una stanza per tutti i suoi segreti dove le farei trovare tantissimi regali.

Vicino alla casa,in mezzo agli alberi del bosco,vorrei che ci fosse un albero con un nido di uccelli che quando desidera la mamma,le cantino una ninna-nanna per farla addormentare,poi le regalerei un cavallo alato perchè possa andare dove vuole.

E,siccome non so più che cosa potrei mettere nella casa dei sogni,le darei una bacchetta magica così che possa avverare tutti i suoi desideri.
Mamma,in una casa così,non dirmi più che sei stanca.

A. Sturace da “Il libro di Alice” Polistampa

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San Valentino:leggende

La leggenda dei colombini

Il sacerdote Valentino possedeva un grande giardino che nelle ore libere dall’apostolato coltivava con le proprie mani. Tutti i giorni permetteva ai bambini di giocare nel suo giardino, raccomandando che non avessero fatto danni, perché poi la sera avrebbe egli regalato a ciascuno un fiore da portare a casa. Un giorno, però, vennero dei soldati e imprigionarono Valentino perché il re lo aveva condannato al carcere a vita. I bambini piansero tanto. Valentino, stando in carcere pensava a loro, e al fatto che non avrebbero più avuto un luogo sicuro dove giocare.Continua

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La Leggenda dei bambini

San Valentino aveva un grande giardino pieno di bellissimi fiori dove permetteva a tutti i bambini di giocare. Si affacciava spesso dalla sua finestra per sorvegliarli e si rallegrava nel vederli divertirsi. Quando veniva sera, scendeva in giardino e tutti i bambini lo circondavano con affetto ed allegria.Continua

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Racconti e leggende:Inverno

C’era una volta un omino di neve

C’era una volta un omino di neve. Era venuto su panciuto e candido con un taralluccio per naso, due bottoni per occhi e una pipa in bocca. Quando poi gli misero un cappello tutto sbertucciato in testa, il pupazzo si guardò intorno con arroganza come se fosse il padrone del quartiere. I ragazzi ci giocarono intorno fino a sera e questo lo insuperbì ancora di più, tanto che quando se ne furono andati via, si rivolse al monumento di marmo che sorgeva in mezzo alla piazza e gli disse: “Non crederai mica di essere più bello di me. Io ho perfino la pipa!” La statua, che era quella di un grand’uomo, rise silenziosamente senza provare nemmeno a discutere le sciocchezze che l’omino di neve diceva; ma un passero che, si sa, è un uccellino impertinente, andò a posarsi proprio sul cappello dell’omino e gli pizzicò il naso. “Non mancarmi di rispetto!” strillò il pupazzo “e vattene subito di qui!” Ma il passero non l’ascoltò neppure e invece si accomodò meglio sul cappello dove aveva deciso di passare la notte che si annunciava fredda e rigida. Intanto si era levata la luna e l’omino, per consolarsi, le rivolse la parola dicendo: “Non pare anche a te che io sia una persona importante?” La luna rise col suo faccione largo e splendente e l’omino, imbronciato, decise di non parlare più con nessuno. La notte passò gelida e silenziosa, e poichè la neve a quel freddo rassodava, la superbia dell’omino cresceva. Ma venne la mattina, e con la mattina il bel sole tiepido che usciva fuori dopo tante giornate di cattivo tempo, e voleva rifarsi delle ore perdute. Avvolse il pupazzo di neve con la sua luce d’oro e gli fece scintillare i bottoni degli occhi. In principio, l’omino ebbe quasi piacere di sentirsi invadere da quel bel calore, ma poi si accorse che si indeboliva sempre più: grossi rigagnoli gli corsero per tutto il corpo e capì che si sarebbe infine sciolto. L’ultimo sguardo fu per il monumento che se ne stava immobile in mezzo alla piazza, illuminato dal sole che con lui non ce la faceva. Quando i ragazzi tornarono, non trovarono più l’omino di neve. Della sua superbia era rimasta soltanto una pozza d’acqua sporca nella quale galleggiava una vecchia pipa.
Mimì Menicucci : fonte

Nonno inverno

Questo è nonno Inverno,tutto bianco sotto il manto di neve e di gelo.
Passa piano e dice alla terra:-Non posso darti i bei fiori di primavera,ma con la neve terrò lontano il gelo dalle piccole piante di grano.
Piano piano voi,comignoli con quel fumo!
Mi fate venire la tosse.
E tu,attenta alla stufa!
Non si scherza con il fuoco.
-E nemmeno col gelo,nonno Inverno!

Fonte

IL FIOCCO DI NEVE

Il piccolo Alim stava guardando dalla finestra la neve che scendeva, i fiocchi ballavano un dolce ritmo e si appoggiavano su tutte le cose. Sugli alberi, sopra i fili del bucato, sulle grondaie; il bambino fissò un grande fiocco che sembrava venisse proprio verso la sua casa, aprì la finestra e allungò la mano.
Come per incanto il fiocco si adagiò sopra il suo palmo e il bambino pensava quanto sarebbe stato bello se il fiocco avesse potuto parlare e raccontare la sua avventura; era così bello, bianco e pulito, e che forma tonda aveva…

«E così vorresti conoscere la mia storia?»
Alim annuì.
«Qualche mese fa ero una goccia d’acqua e insieme ad altri miliardi di gocce vivevamo nel Mar Caspio, arrivò l’estate e io volli starmene un po’ sdraiato al sole, così mi addormentai ed evaporai».
«Quando mi risvegliai mi sentii leggero, il vento mi stava trasportando su nel cielo, finché non vidi più gli uomini; c’erano con me altri vapori e tutti insieme spinti dal vento ci appiccicavamo gli uni agli altri. Non so per quanto tempo vagammo nel cielo, eravamo saliti molto in alto, l’aria era fredda e perciò ci stringemmo tutti senza più poter muovere mani e piedi».
«Non sapevamo dove andavamo, eravamo così grandi, grossi e lunghi da aver coperto il sole. Qualcuno disse che saremmo divenuti pioggia per tornare sulla terra. Ero felice di rivedere la terra, poi cominciai a trasformarmi in acqua e pian piano diventammo pioggia. Brrr… all’improvviso il clima divenne freddo e tutti insieme cominciammo a tremare, qualcuno vicino a me più vecchio e saggio mi tranquillizzò, ma non poté finire il discorsoperché si trasformò in neve e anch’io mi trasformai in questo fiocco che ora è nelle tue mani!».
Mentre Fiocco di Neve prendeva fiato, Alim incantato lo pregò di continuare a parlare.
«Bene amico mio – proseguì Fiocco di Neve – io e mille altri incominciammo a danzare nell’aria e volteggiando scendevamo lenti sulla terra, ero diventato leggero, come una piuma nel cielo, non sentivo più freddo perché il freddo era diventato parte di me. Ballando scendevo sulla terra».
«Quando fui abbastanza vicino vidi la città di Tabriz, ero molto distante dal Mar Caspio. Un ragazzo giocava col suo cane che, abbaiando, ingoiava fiocchi di neve, ebbi paura e chiesi al vento di esaudire il mio desiderio di non finire nella sua bocca! E così fu. Il vento mi spostò poco più in là e vidi te, sperando col tuo aiuto di poter tornare acq…».
Fiocco di Neve non poté finire la frase perché si era sciolto ed era tornato acqua.
Allora Alim soddisfatto pose le sue mani nell’acqua e lo fece ricongiungere con altri milioni di gocce.
Poi il bambino si addormentò e sognò di essere una goccia di acqua fredda.

Fonte

Il bucaneve

Era inverno, l’aria era fredda, il vento tagliente, ma in casa si stava bene e faceva caldo; e il fiore stava in casa, nel suo bulbo sotto la terra e sotto la neve.

Un giorno cadde la pioggia, le gocce penetrarono oltre la coltre di neve fino alla terra, toccarono il bulbo del fiore, gli annunciarono il mondo luminoso di sopra; presto il raggio di sole, sottile e penetrante, passò attraverso la neve fino al bulbo e busso. “Avanti!” disse il fiore. Non posso” rispose il raggio “non sono abbastanza forte per aprire, diventerò più forte in estate.” “Quando verrà l’estate?” chiese il fiore, e lo chiese di nuovo ogni volta che un raggio di sole arrivava laggiù. Ma c’era ancora tanto tempo prima dell’estate, la neve era ancora lì e ogni notte l’acqua gelava. “Quanto dura!” disse il fiore. “Io mi sento solleticare, devo stendermi, allungarmi, aprirmi, devo uscire! Voglio dire buongiorno all’estate; sarà un tempo meraviglioso!” Il fiore si allungò e si stirò contro la scorza sottile che l’acqua aveva ammorbidito, la neve e la terra avevano riscaldato, il raggio di sole aveva punzecchiato; così sotto la neve spuntò una gemma verde chiaro, su uno stelo verde, con foglioline grosse che sembravano volerla proteggere. La neve era fredda, ma tutta illuminata, e era così facile attraversarla, e sopraggiunse un raggio di sole che aveva più forza di prima. “Benvenuto, benvenuto!” cantavano e risuonavano tutti i raggi, e il fiore si sollevò oltre la neve nel mondo luminoso. I raggi lo accarezzarono e lo baciarono, così si aprì tutto, bianco come la neve e adorno di striscioline verdi. Piegava il capo per la gioia e l’umiltà. “Bel fiore” cantavano i raggi “come sei fresco e puro! Tu sei il primo, l’unico, sei il nostro amore. Tu annunci l’estate, la bella estate in campagna e nelle città. Tutta la neve si scioglierà; i freddi venti se ne andranno. Noi domineremo. Tutto rinverdirà, e tu avrai compagnia, il lillà, il glicine e alla fine le rose; ma tu sei il primo, così delicato e puro!” Era proprio divertente. Era come se l’aria cantasse e risuonasse, come se i raggi di sole penetrassero nei suoi petali e nel suo stelo, lui era lì, così sottile e delicato e facile a spezzarsi, eppure così forte, nella sua giovanile bellezza; era lì in mantello bianco e nastri verdi, e lodava l’estate. Ma c’era ancora tempo prima dell’estate; nuvole nascosero il sole, e venti taglienti soffiarono sul fiorellino. “Sei arrivato troppo presto!” dissero il vento e l’aria. “Noi abbiamo ancora il potere, dovrai adattarti! Saresti dovuto rimanere chiuso in casa, non dovevi correre fuori per farti ammirare, non è ancora tempo.” C’era un freddo pungente! I giorni che vennero non portarono un solo raggio di sole, c’era un tale freddo che ci si poteva spezzare, soprattutto un fiorellino così delicato. Ma in lui c’era molta più forza di quanto lui stesso sospettasse, era la forza della gioia e della fede per l’estate che doveva giungere, che gli era stata annunciata da una profonda nostalgia e confermata dalla calda luce del sole; quindi resistette con la sua speranza, nel suo abito bianco sulla bianca neve, piegando il capo quando i fiocchi cadevano pesanti e fitti, quando i venti gelati soffiavano su di lui. “Ti spezzerai!” gli dicevano. “Appassirai, gelerai! Perché hai voluto uscire? perché non sei rimasto chiuso in casa? Il raggio di sole ti ha ingannato. E adesso ti sta bene, fiorellino che hai voluto bucare la neve!” “Bucaneve!” ripeté quello nel freddo mattino. “Bucaneve!” gridarono alcuni bambini che erano giunti nel giardino “ce n’è uno, così grazioso, così carino, è il primo, l’unico!”

Quelle parole fecero bene al fiore, erano come caldi raggi di sole. Il fiore, preso dalla sua gioia, non si accorse neppure d’essere stato colto; si trovò nella mano di un bambino, venne baciato dalle labbra di un bambino, poi fu portato in una stanza riscaldata, osservato da occhi affettuosi, e messo nell’acqua: era così rinfrescante, così ristoratrice, e il fiore credette improvvisamente d’essere entrato nell’estate. La fanciulla della casa, una ragazza graziosa che era già stata cresimata, aveva un caro amico che pure era stato cresimato e che ora studiava per trovarsi una sistemazione. “Sarà lui il mio fiorellino beffato dall’estate!” esclamò la fanciulla, prese quel fiore sottile e lo mise in un foglio di carta profumato su cui erano scritti dei versi, versi su un fiore che cominciavano con «fiorellino beffato dall’estate» e terminavano con «beffato dall’estate». «Caro amico, beffato dall’estate!» Lei lo aveva beffato d’estate. Tutto questo fu scritto in versi e spedito come una lettera; il fiore era là dentro e c’era proprio buio intorno a lui, buio come quando era nel bulbo. Il fiore viaggiò, si trovò nei sacco della posta, venne schiacciato, premuto; non era affatto piacevole, ma finì.

Il viaggio terminò, la lettera fu aperta e letta dal caro amico lui era molto contento, baciò il fiore che fu messo insieme ai versi in un cassetto, insieme a tante altre belle lettere che però non avevano un fiore; lui era il primo, l’unico, proprio come i raggi del sole lo avevano chiamato: com’era bello pensarlo! Ebbe la possibilità di pensarlo a lungo, e pensò mentre l’estate finiva, e poi finiva il lungo inverno, e venne estate di nuovo, e allora fu tirato fuori. Ma il giovane non era affatto felice; afferrò i fogli con violenza, gettò via i versi, e il fiore cadde sul pavimento, piatto e appassito; non per questo doveva essere gettato sul pavimento! Comunque meglio lì che nel fuoco, dove tutti i versi e le lettere finirono. Cosa era successo? Quello che succede spesso. Il fiore lo aveva beffato, ma quello era uno scherzo; la fanciulla lo aveva beffato, e quello non era uno scherzo; lei si era trovato un altro amico nel mezzo dell’estate. Al mattino il sole brillò su quel piccolo bucaneve schiacciato che sembrava dipinto sul pavimento. La ragazza che faceva le pulizie lo raccolse e lo mise in uno dei libri appoggiati sul tavolo, perché credeva ne fosse caduto mentre lei faceva le pulizie e metteva in ordine. Il fiore si trovò di nuovo tra versi stampati, e questi sono più distinti di quelli scritti a mano, per lo meno costano di più.

Così passarono gli anni e il libro rimase nello scaffale; poi venne preso, aperto e letto; era un bel libro: erano versi e canti del poeta danese Ambrosius Stub, che vale certo la pena di conoscere. L’uomo che leggeva quel libro girò la pagina. “Oh, c’è un fiore!” esclamò “un bucaneve! È stato messo qui certamente con un preciso significato; povero Ambrosius Stub! Anche lui era un fiore beffato, una vittima della poesia. Era giunto troppo in anticipo sul suo tempo, per questo subì tempeste e venti pungenti, passò da un signore della Fionia all’altro, come un fiore in un vaso d’acqua, come un fiore in una lettera di versi! Fiorellino, beffato dall’estate, zimbello dell’inverno, vittima di scherzi e di giochi, eppure il primo, l’unico poeta danese pieno di gioventù. Ora sei un segnalibro, piccolo bucaneve! Certo non sei stato messo qui a caso!” Così il bucaneve fu rimesso nel libro e si sentì onorato e felice sapendo di essere il segnalibro di quel meraviglioso libro di canti e apprendendo che chi per primo aveva cantato e scritto di lui, era pure stato un bucaneve, beffato dall’estate e vittima dell’inverno. Il fiore capì naturalmente tutto a modo suo, proprio come anche noi capiamo le cose a modo nostro.
H.C.Andersen

La neve

La neve da molti giorni nevica. Vicino ai vetri della finestra,un bimbo osserva la danza dei petali bianchi e pensa che su,in cielo,oltre le nuvole,ci sia un giardino immenso pieno di rose,di camelie,di garofani candidi e di gelsomini e che gli angeli si divertono a scuotere leali fra le corolle e a far cadere i petali sopra la terra.
La terra,con l’abito bianco e luminoso,ha un aspetto nuovo.I palazzi sembrano enormi torte di panna montata;i campanili,giganti col cappuccio;e gli alberi,con la gelida bambagia che ne ricopre i rami,hanno la festosità di alberi natalizi.
Tutte le forme sono alterate,non esistono più contorni nitidi.Anche la strada,col soffice tappeto che la ricopre,è diversa.
I bimbi si divertono un mondo a percorrerla, ad affondare i piedi nella neve fresca.
In campagna,sotto la coltre candida,si svolge,intensa,la fatica creativa del grano.
quando il sole tiepido di primavera dissolverà la morbida coperta,appariranno,verdissimi,lucidi e freschi,i piccoli steli del frumento,i piccoli steli che permettono agli uomini pane,gioia e sicurezza.

Marina Spano fonte

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Storia dell’ ulivo

Conosciamo alcuni alberi e i loro frutti

Maestramaria

Progetto

Storia dell’ ulivo per i bambini di 3-4 e 5 anni di Nonna in Fabula

Progetto 3 e 4 anni

Con tale progetto presentiamo ai bambini l’ulivo, questa pianta alimentare che ci dà l’olio, il liquido giallo e oleoso che vale più dell’oro.

Con i bambini piccoli non possiamo limitarci a parlare dell’ulivo o fare una lezione teorica su tale argomento, ma siamo costretti a supportare le parole con le immagini, in quanto i bambini a questa età sono legati alla realtà concreta. Essi non sono in grado di effettuare astrazioni, ma hanno bisogno di vedere e toccare le cose…Continua a leggere

Progetto per i bambini di 5 e 6 anni

I bimbi più grandi conoscono già l’ulivo perché è stato presentato loro in passato sia come l’albero che ci regala le olive e sia come simbolo di pace nella festività pasquale….Continua a leggere

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Primo giorno di scuola

Racconti per l’ inizio dell’ anno scolastico

Primo giorno di scuola sul mare
C’era una volta, e c’è ancora, un gabbiano di nome Germano.
Germano è un tipo speciale: è un maestro gabbiano e quindi è molto considerato nella sua comunità. Ma ora vi racconto cosa è accaduto.
Quel primo giorno di scuola era proprio una giornata particolarissima per due motivi: primo, Germano festeggiava il suo decimo anno dell’ incarico; secondo: la giornata si preannunciava un po’ burrascosa e non sarebbe stata una lezione facile quella da tenere con i piccoli gabbiani!
Quando furono tutti in fila, Germano li guardò: erano tutti ansiosi di incominciare le lezioni di volo speciale. Alcuni erano spaventati e cercavano di nascondere il loro tremore. Volare e volare bene, con intelligenza e buon senso non era facile, anche se l’istinto li avrebbe aiutati.
Il vento era ancora di modesta entità, ma guardando le nuvole nere che si avvicinavano minacciose, Germano avvisò:
“Cari ragazzi, questa prima lezione non sarà facile, dovrete avere coraggio e saggezza, per affrontare la prima burrasca della vostra vita!”
Il bulletto in prima fila osservò:
“Io sono pronto, non ho certo paura!”
“Mi fa piacere sapere che sei coraggioso, ma poi vedremo se saprai anche applicare la tua dote con astuzia e competenza!”
Il bulletto aprì le ali e scrollò infastidito il capino in risposta all’osservazione di Germano, che nel linguaggio degli uccelli vuol dire: cosa credi, che io non sappia il fatto mio?
Tutti guardarono immobili Germano: cosa avrebbe fatto il grande maestro a quell’insolente?
Ma Germano sapeva di dover aspettare, che la lezione sarebbe arrivata, col tempo!
Quand’ ecco un nuovo arrivo: un piccolo gabbiano si stava avvicinando al gruppo, saltellando malamente. Il bulletto accolse il nuovo arrivato con un sogghigno:
“Che ci fa Senza-zampa a scuola?”
“Zitto tu!” replicò un gabbianello grigio infastidito.
“Certo, tutti sono a scuola per imparare e la prima lezione sarà proprio accettare tutti, ciascuno con le proprie differenze!” confermò Germano, il maestro gabbiano, mentre il cielo si oscurava in fretta e il nuovo venuto, rivolgendosi con simpatia al gruppo disse:
“Buongiorno maestro, salve ragazzi, scusate il ritardo…”
“Ricorda, piccolo gabbiano, arriva sempre puntuale ai tuoi appuntamenti con la vita, sii preciso e attento e la vita stessa ti premierà per la tua costanza e ti insegnerà i suoi segreti!” aggiunse Germano.
I gabbianelli nascosero in segno di soddisfazione la testa sotto l’ala sinistra. Solo il bulletto di turno sbruffò un poco, senza farsi troppo notare: il gruppo non lo degnava di uno sguardo, peccato!
Il mare intanto si faceva minaccioso e i cavalloni s’infrangevano sulla spiaggia sabbiosa creando gorghi impetuosi sull’arenile. Tra breve si sarebbero scatenate anche le nubi con il loro carico di pioggia. Qualche gabbiano adulto volava basso, lanciando striduli gridi di avvertimento, mentre il vento cominciava a far vibrare tutto lì attorno e i piccoli della scuola del maestro Germano rabbrividirono un poco, arruffando le piume, mentre lo ascoltavano:
“Seconda lezione: come trovare riparo prima che si scateni la tempesta! Guardate e fate lo stesso…”
Tutti partirono con lui, ma non era facile volare controvento. Germano si accorse che il più piccolo aveva qualche difficoltà: pigolava e indietreggiava mentre il piccolo stormo stava facendosi largo nella furia. Germano pensò che aveva visto burrasche peggiori, ma per i piccoli era una bella prova!
Germano diede qualche consiglio al gruppo e poi si voltò verso il piccolo impaurito, ma prima di affiancarsi a lui, si accorse che Senza-zampa aveva già avviato la strategia di salvataggio. Con maestria si era messo davanti a lui, seguendo gli sbandamenti del compagno, lo stava affiancando correggendo la rotta di volo controvento e incitandolo a resistere e a padroneggiare la paura:
“Non avere paura, stai dietro a me che sono più grosso e seguimi, apri le ali più che puoi… tendile verso il mare aperto e poi sottovento!”
E il piccolo, con un sussulto, lo seguì con fiducia.
Germano sbirciò l’ultimo arrivato con sospettosa sorpresa e diede un’occhiata al gruppo che stava seguendo con tenacia i suoi insegnamenti.
Solo il bulletto arrancava controvento, a casaccio, esibendosi in qualche maldestra operazione di volo e intralciando spesso gli altri, che gli volavano accanto. A Germano sembrava di rivedersi da piccolo, quando gli pareva di saper davvero far tutto, senza l’aiuto di nessuno: quanto tempo era passato e quanto aveva dovuto imparare, prima di diventare un maestro gabbiano!
Si affiancò al bulletto e lo incitò:
“Forza, tu devi essere padrone del vento, non lasciare che ti conduca dove vuole lui! Sei tu il padrone del volo, della tua vita…Tira fuori il meglio di te! Se voli con l’attenzione agli altri compagni, meriterai la loro stima e sarai felice, ricordalo! ”
Il bulletto lo guardò con gratitudine e un guizzo di simpatia lo percorse, poi tutti trovarono riparo sotto il pontile.
Si avvicinarono a Senza-zampa e gli tributarono gli onori di volo. Allora il bulletto gli si avvicinò, inarcando il corto collo:
“Sei abile e coraggioso, scusami per averti accolto male!”
Germano guardò verso il mare aperto. La burrasca infuriava ora più che mai, ma i suoi allievi erano al sicuro e per di più avevano imparato una gran quantità di nozioni. Si sentiva ancora più maestro, maestro di vita.
www filastrocche.it


 

Il primo giorno di scuola: che disperazione!

Questa mattina Giulia si sente come se toccasse a lei andare a scuola e non ad Elisa. Eppure le sembrava ieri il giorno in cui aveva tenuto in braccio quel fagottino e ora il pensiero di accompagnarla alla scuola dell’infanzia la spaventa, le sembra proprio di averla già persa.

Eccola qui, afferma entrando in camera, la mia piccola:

“Tesoro, chissà quanti amici troverai oggi con cui giocare…”.

Elisa la guarda e sorride, da giorni stanno parlando di questo momento ed Elisa ha capito che la scuola è un bel posto dove ci sono tanti giochi da fare e tanti bambini con cui divertirsi.

Si avviano tranquille verso la scuola, incrociano altre mamme con altri bambini e Elisa inizia piano piano a stringere di più la mano della mamma.

Giulia la guarda teneramente e si accorge che il volto di Elisa sta assumendo una strana espressione. Si direbbe che abbia un po’ paura.

Sono ormai davanti al cancello della scuola. Le altre mamme stanno già salutando i loro bambini e l’insegnante accoglie ognuno con un bel sorriso.

Si avvicina anche Giulia che per salutarla tenta di sciogliere la mano di Elisa dalla sua. Ma la piccola stringe più forte quasi a dirle non mi lasciare!

“Elisa, amore adesso tu resti con la maestra e più tardi la mamma …” .

Ma non finisce neanche di completare questa frase che Elisa scoppia in un urlo fragoroso, si avvingha alla mamma, si nasconde dietro le sue gambe, mette il viso dietro di lei, nella sua gonna e rimane incollata al suo corpo. Singhiozza disperata.

“Ma Elisa, che succede? Non c’è nulla da avere paura, qui ci sono tanti bambini, guarda..” cerca di rassicurare la maestra avvicinandosi a lei.

“Su amore, tutti gli altri bambini sono contenti, ti aspettano. La mamma torna dopo. Promesso!”.

L’insegnante fa segno alla mamma di lasciarle la bambina ma mentre Giulia cerca di staccarsi, Elisa si abbarbica ancora di più, rendendole difficile ogni movimento. Deve farlo con forza e per un po’ ci prova ma anche lei sembra in difficoltà. Vede la maestra che con il suo sguardo la incoraggia a lasciarla andare, ma intanto Elisa si dimena urla e singhiozza senza pausa.

Si sforza Giulia di mostrarsi decisa. In realtà sta malissimo. Si rende conto che lei pure non era pronta. Vorrebbe non essere lì, ma poi con forza si sgancia dalla piccola e la consegna alla maestra. Elisa urla come un pulcino disperato e abbandonato. Lei tenta di allontanarsi. Si rende conto che vorrebbe fuggire per non dover sentire quello strazio, ma poi all’insegnante:

“Guardi facciamo così, oggi torniamo a casa e magari ci prepariamo meglio per domani, non posso lasciarla qui in questo stato, non le pare?”

L’insegnante la guarda sorridendo e risponde:

“Signora, il primo giorno è così per tanti bambini ma un primo giorno ci vuole per staccarsi dalla mamma”.

“Si, capisco risponde Giulia ma forse lei è ancora piccola, sa potrebbe essere un trauma, non crede?”.

“Un trauma signora? Per chi per lei o per Elisa?”

 Giuliana Beghini Franchini & Giuseppe Maiolo

dal libro “Mamma che ridere” ed. Erickso

Da:www.officina benessere

 

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Leggende di Pasqua

La leggenda delle campane di Pasqua

Riccardo e Silvia erano ospiti dalla nonna Maria per le vacanze di Pasqua.
Stavano ascoltando con attenzione la nonna che raccontava loro una storia.
“ Tutte le campane del mondo sono andate a Roma a trovare le loro sorelle che sono a San Pietro.”
“ Ma sei sicura, nonna?” fece Riccardo dubbioso.
“Chi le ha portate?” s’incuriosì Silvia.
“Sono andate da sole!”.
“Ma non è possibile!” esclamò Riccardo.
“Eppure da ieri non si sono più sentite suonare” disse la nonna. Riccardo l’interruppe:
“Lo so, tacciono perché è morto Gesù, ma quando Gesù risorgerà, suoneranno il Gloria”.
“Verissimo, rispose la nonna, ma si racconta che la notte del venerdì, quando la gente dorme, le campane di tutte le chiese, zitte zitte, volino a trovare le campane di Roma.
La notte del sabato santo ritornano alle loro chiese, volando assieme alle colombe pasquali, e nel loro passaggio depositano uova e dolci per i bambini”.
I due nipotini ascoltavano attenti, ma un po’ increduli.
“Che fanno le colombe?” chiese Silvia.
“Volano col rametto d’ulivo nel becco, in segno di pace”:
“Davvero le campane lasciano uova e dolci per i bambini?” domandò Riccardo, interessato.
“Si, ma soltanto per i bambini che credono a questa storia” concluse nonna Maria.
Poco dopo i due fratelli, rimasti soli, si misero a discutere.
“Ma le campane non possono volare, non hanno le ali! E poi, come fanno a portare dolci ai bambini se non hanno le mani? Sicuramente è una favola!” esclamò Riccardo.
“Perché la nonna la racconta come una storia vera?” chiese Silvia.
“Forse lei ci crederà” disse Riccardo.
“Allora aspetterà i dolci dalle campane e ci resterà male non trovandoli…” concluse Silvia.
I bambini pensarono al da farsi, poi ebbero un’idea e per tutto il pomeriggio del sabato furono occupatissimi:
Silvia in cucina, con la zia, e Riccardo a gironzolare attorno alla colombaia trascinandosi dietro la scala.
La nonna, si accorse di tutto quel traffico, ma fece finta di niente.
La domenica, alla fine del pranzo, arrivò la zia reggendo su un vassoio una grossa campana di pastafrolla, legata con nastrini colorati.
I due bambini si strizzarono l’occhio, aspettando con impazienza il resto della sorpresa.
Quando la campana fu sollevata, uscì una piccola colomba spaurita che lasciò cadere a terra un ramoscello d’ulivo.
Svelto, Riccardo lo raccolse e lo porse alla nonna:
“Tieni, nonna, è per te!”
La nonna sorrise commossa; non poteva parlare perché la voce le temeva un po’.

Fonte

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La leggenda del pettirosso

Mamma uccello, così come faceva ogni giorno, lasciò nel nido i suoi piccoli per andare a procurar loro il cibo. Mentre era in volo, vide sulla cima di un monte tre croci e tanta gente. Curiosa, si avvicinò e sulla croce centrale vide inchiodato un uomo con una corona di spine in testa: era Gesù. Fu presa da una grande tristezza nel vedere tanta cattiveria e cercò il modo di alleviare una sofferenza così grande. Si posò allora vicino alla testa di Gesù e col becco cercò di staccare la spina più grande. Ci riuscì, ma il suo petto si macchò di sangue. Tornò al nido, raccontò ai figli quello che aveva visto e, mentre li abbracciava, macchiò di rosso anche il loro petto. Da quel giorno in poi, quegli uccellini si chiamano ” pettirosso “, in ricordo del gesto generoso di quella mamma.

Fonte

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Il pulcino cosmico
L’anno scorso a Pasqua, in casa del professor Tibolla, dall’uovo di cioccolata sapete cosa saltò fuori? Sorpresa: un pulcino cosmico, simile in tutto ai pulcini terrestri, ma con un berretto da capitano in testa e un’antenna della televisione sul berretto. Il professore, la signora Luisa e i bambini fecero tutti insieme: – Oh, e dopo questo oh non trovarono più parole. Il pulcino si guardava intorno con aria malcontenta. – Come siete indietro su questo pianeta, – osservò, – qui è appena Pasqua; da noi, su Marte Ottavo, è già mercoledì. – Di questo mese? – domandò il professor Tibolla. – Ci mancherebbe! Mercoledì del mese venturo. Ma con gli anni siamo avanti di venticinque. Il pulcino cosmico fece quattro passi in su e in giù per sgranchirsi le gambe, e borbottava: – Che seccatura! Che brutta seccatura!…

Cos’è che la preoccupa? – domandò la signora Luisa. – Avete rotto l’uovo volante e io non potrò tornare su Marte Ottavo. – Ma noi l’uovo l’abbiamo comprato in pasticceria. – Voi non sapete niente. Questo uovo, in realtà, è una nave spaziale, travestita da uovo di Pasqua, e io sono il suo comandante, travestito da pulcino. – E l’equipaggio? – Sono io anche l’equipaggio. Ma ora sarò degradato. Mi faranno per lo meno colonnello. – Be’, colonnello è più che capitano. – Da voi, perché avete i gradi alla rovescia. Da noi il grado più alto è cittadino semplice. Ma lasciamo perdere. La mia missione è fallita. – Potremmo dirle che ci dispiace, ma non sappiamo di che missione si trattava. – Ah, non lo so nemmeno io. Io dovevo soltanto aspettare in quella vetrina fin che il nostro agente segreto si fosse fatto vivo. – Interessante, – disse il professore, – avete anche degli agenti segreti sulla Terra. E se andassimo a raccontarlo alla polizia? – Ma sì, andate in giro a parlare di un pulcino cosmico, e vi farete ridere dietro. – Giusto anche questo. Allora, giacché siamo tra noi, ci dica qualcosa di più su quegli agenti segreti. – Essi sono incaricati di individuare i terrestri che sbarcheranno su Marte Ottavo tra venticinque anni. – E’ piuttosto buffo. Noi, per adesso, non sappiamo nemmeno dove si trovi Marte Ottavo. – Lei dimentica, caro professore, che. lassù siamo avanti col tempo di venticinque anni. Per esempio sappiamo già che il capitano dell’astronave terrestre che giungerà su Marte Ottavo si chiamerà Gino. – Toh, – disse il figlio maggiore del professor Tibolla, – proprio come me. – Pura coincidenza, – sentenziò il cosmopulcino. – Si chiamerà Gino e avrà trentatre anni. Dunque, in questo momento, sulla Terra, ha esattamente otto anni. – Guarda guarda, – disse Gino, – proprio la mia età. – Non mi interrompere continuamente, – esclamò con severità il comandante dell’uovo spaziale. – Come stavo spiegandovi, noi dobbiamo trovare questo Gino e gli altri membri dell’equipaggio futuro, per sorvegliarli, senza che se ne accorgano, e per educarli come si deve. – Cosa, cosa? – fece il professore. – Forse noi non li educhiamo bene i nostri bambini? – Mica tanto. Primo, non li abituate all’idea che dovranno viaggiare tra le stelle; secondo, non insegnate loro che sono cittadini dell’universo; terzo, non insegnate loro che la parola nemico, fuori della Terra, non esiste; quarto… – Scusi comandante, – lo interruppe la signora Luisa, – come si chiama di cognome quel vostro Gino? – Prego, vostro, non nostro. Si chiama Tibolla. Gino Tibolla. – Ma sono io! – saltò su il figlio del professore. Urrà, – Urrà che cosa? – esclamò la signora Luisa. – Non crederai che tuo padre e io ti permetteremo… – Ma il pulcino cosmico era già volato in braccio a Gino. – Urrà! Missione compiuta! Tra venticinque anni potrò tornare a casa anch’io. – E l’uovo? -domandò con un sospiro la sorellina di Gino. – Ma lo mangiamo subito, naturalmente. E così fu fatto.
G.Rodari
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La leggenda della pastiera

Un’antica leggenda racconta che sulla spiaggia le mogli dei pescatori lasciarono nella notte delle ceste con ricotta, frutta candita, grano e uova e fiori d’arancio come offerte per il “Mare”, affinché questo lasciasse tornare i loro mariti sani e salvi a terra e con una rete colma di pesci.
Al mattino ritornate in spiaggia per accogliere i loro consorti notarono che durante la notte i flutti avevano mischiato gli ingredienti ed insieme agli uomini di ritorno, nelle loro ceste c’era una torta: la Pastiera.
Un’altra leggenda narra invece che la pastiera accompagnasse le antiche feste pagane per il ritorno della primavera; difatti gli ingredienti conservano una forte valenza simbolica.
Ecco allora la ricotta, addolcita dallo zucchero: trasfigurazione delle offerte votive di latte e miele tipiche delle prime cerimonie cristiane.
Il grano: augurio di ricchezza e fecondità.
Le uova: simbolo di vita nascente.
L’acqua di fiori d’arancio: presagio di primavera.
La versione odierna, probabilmente fu messa a punto in un antico monastero napoletano rimasto ignoto: anche questa, tuttavia, è una supposizione.
Comunque sia andata, ancor oggi sulla tavola pasquale dei napoletani questo dolce non può mancare.
Fonte

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La storia del Leprotto di Pasqua

C’erano una volta un papà leprotto ed una mamma leprotto, che avevano sette leprottini e non sapevano quale sarebbe diventato il vero leprotto di Pasqua. Allora mamma leprotto prese un cestino con sette uova e papà leprotto chiamò i leprottini. Poi disse al più grande: “Prendi un uovo dal cestino e portalo nel giardino della casa, dove ci sono molti bambini.”
Il leprotto più grande prese l’uovo d’oro, corse nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco, corse per il prato e giunse al giardino della casa. Qui voleva saltare oltre il cancello, ma fece un balzo così grande e con tanta forza che l’uovo cadde e si ruppe.
Questo non era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al secondo. Egli prese l’uovo d’argento, corse via nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco, corse per il prato; allora la gazza gridò “Dallo a me l’uovo, dallo a me l’uovo, ti regalerò una moneta d’argento!” E prima che il leprotto se ne accorgesse la gazza aveva già portato l’uovo d’argento nel suo nido.
Neanche questo era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al terzo. Questi prese l’uovo di cioccolato. Corse nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco e incontrò uno scoiattolo che scendeva, saltellando, da un alto abete. Lo scoiattolo spalancò gli occhi e chiese: “Ma è buono l’uovo?”
“Non lo so,” rispose il leprotto, “lo voglio portare ai bambini.”
“Lasciami assaggiare un po’!”
Lo scoiattolo cominciò a leccare e poiché gli piaceva tanto, non finiva mai e leccò e mangiucchiò pure il leprotto, fino a che dell’uovo non rimase più nulla; quando il terzo leprotto tornò a casa, mamma leprotto lo tirò per la barba ancora piena di cioccolato e disse: “Neanche tu sei il vero leprotto di Pasqua.”
Ora toccava al quarto.
Il leprottino prese l’uovo chiazzato. Con quest’uovo corse nel bosco e arrivò al ruscello. Saltò sul ramo d’albero posto di traverso, ma nel mezzo di fermò. Guardò giù e si vide nel ruscello come in uno specchio. E mentre così si guardava, l’uovo cadde nell’acqua con gran fragore.
Neanche questo era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al quinto. Il quinto prese l’uovo giallo. Corse nel bosco e, ancor prima di giungere al ruscello, incontrò la volpe, che disse: “Su, viene con me nella mia tana a mostrare ai miei piccoli questo bell’uovo!”
I piccoli volpacchiotti si misero a giocare con l’uovo, finché questo urtò contro un sasso e si ruppe.
Il leprotto corse svelto svelto a casa, con le orecchie basse.
Neanche lui era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al sesto. Il sesto leprotto prese l’uovo rosso. Con l’uovo rosso corse nel bosco. Incontrò per via un altro leprotto. Appoggiò il suo uovo sul sentiero e presero ad azzuffarsi.
Si diedero grandi zampate, e alla fine l’altro se la diede a gambe.
Ma quando il leprottino cercò il suo uovo, era già bell’e calpestato, ridotto in mille pezzi.
Neanche lui era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al settimo. Il leprotto più giovane ed anche il più piccolo. Egli prese l’uovo blu. Con l’uovo blu corse nel bosco.
Per via, incontrò un altro leprotto, ma lo lasciò passare e continuò la sua corsa. Venne la volpe. Il nostro leprotto fece un paio di salti in qua e in là e continuò a correre, finché giunse al ruscello.
Con lievi salti lo attraversò, passando sul tronco dell’albero.
Venne lo scoiattolo, ma egli continuò a correre e giunse al prato.
Quando la gazza strillò, egli disse soltanto: “Non mi posso fermare, non mi posso fermare!”
Finalmente giunse al giardino della casa. Il cancello era chiuso. Allora fece un salto, né troppo grande né troppo piccolo, e depose l’uovo nel nido che i bambini avevano preparato.
Questo era il vero leprotto di Pasqua!

Fonte
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La leggenda della Fata Pasqualina
Esistono le fate, eccome. Noi esseri umani non le possiamo vedere, ma una volta abitavano il mondo insieme a noi. Poi improvvisamente sono fuggite ed ora abitano nei paesi dei TRA.
Come, non sapete che paesi sono? Ma sono i paesi che stanno tra tutti i TRA. Un esempio: tra il sogno e la realtà abitano le fate della fantasia; tra il dormi-veglia abitano le fate del mattino, tra il bene ed il male abitano le fate della giustizia e via di seguito.

Le fate abitavano sulla terra insieme a noi, ed a capo di tutte vi era la fata più bella, più dolce, più giusta che l’universo intero avesse mai creato. Figlia della stella più luminosa era giunta sulla terra per portare amore e pace. Lei aveva creato i rossi tramonti e le splendenti albe, lei era padrona degli eterni ghiacciai, e del blu di tutti gli oceani.
Con lei l’amore era sovrano, il nostro pianeta conobbe l’epoca più bella di tutti i tempi.
Le fate vivevano insieme a noi aiutandoci ogni qual volta avevamo bisogno.
La terra era un paradiso.
Ma, come accade in tutte le leggende anche in questa esiste un ma, la strega dell’invidia viveva di rancore verso le fate. Lei voleva essere sovrana degli uomini, lei voleva distruggere l’amore, lei odiava gli uomini che amavano le fate. Così pensò che se fosse riuscita a distruggere le fate gli uomini avrebbero adorato solo lei. Quindi se avesse distrutto Fata Pasqualina lei avrebbe vinto.
Vagò nelle notti senza luna nascondendosi a tutti e raccolse dai sogni degli umani i loro incubi peggiori, creò un sogno talmente pauroso che pure lei rischiò di esserne distrutta. Con questo sogno racchiuso in un ampolla stregata iniziò la ricerca di fata Pasqualina, e quando l’avesse trovata, l’avrebbe obbligata a respirare il contenuto dell’ampolla: così Pasqualina sarebbe morta.

Ma le fate che tutto percepiscono vennero a conoscenza del piano della malvagia Invidia e avvertirono la loro regina. Pasqualina non riusciva a capire perché Invidia l’odiasse tanto e cercò di sfuggirle.
Non conosceva però la tenacia che animava quella malvagia strega ed un giorno si trovò quasi prigioniera, Invidia le era alle spalle, l’aveva ormai raggiunta e si apprestava ad aprire la tremenda ampolla per farle respirare il contenuto. La malvagia ormai era sicura, aveva vinto!
Ma, esistono sempre i ma nelle leggende, passò di lì una piccola gallinella che vedendo la disperazione di Fata Pasqualina le disse:-Presto entra dentro il mio uovo.- e subito Pasqualina si dissolse ed entrò dentro l’uovo della buona gallinella. Invidia cercò in tutti i modi di trovare un apertura in quello strano oggetto che non aveva mai visto. Cercò di romperlo, ma quell’uovo era magico, sarebbe riuscito a romperlo solo chi era animato da buone intenzioni verso le fate.
Poi, improvvisamente, l’uovo scomparve e nessuno sa dove sia. Le fate, prive della loro regina, decisero di ritirarsi nei paesi dei TRA, e noi uomini ora siamo soli sulla terra.
Fu da quel giorno che una volta all’anno tutti noi acquistiamo le uova, da allora si chiamano di Pasqua, e le rompiamo sperando che dentro vi sia Pasqualina, ma nessuno ancora l’ha trovata. Vi si trovano solo regali che le fate dei paesi dei TRA ci fanno trovare per ricordarci che loro ci amano ancora.
Aspettano solamente che da un uovo fatato si manifesti la loro REGINA.
La terra potrà così tornare ad essere il regno delle fate, e noi felici per l’eternità.

Fonte

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La leggenda della passiflora “il fiore della passione”

Tanto tanto tempo fa, la primavera fece balzare dalle tenebre verso la luce tutte le piante della Terra, e tutte fiorirono come per incanto.

Solo una pianta non udì il richiamo della primavera, e quando finalmente riuscì a rompere la dura zolla di terreno, la primavera era già lontana…

– Fa’ che anch’io fiorisca, o Signore! – pregò la piantina.

– Tu pure fiorirai –  rispose il Signore.

– Quando? –  chiese con ansia la piccola pianta senza nome.

– Un giorno…  – e l’occhio di Dio si velò di tristezza.

Era ormai passato molto tempo, la primavera anche quell’anno era venuta e al suo tocco le piante del Golgota avevano aperto i loro fiori.

Tutte le piante, fuorché la piantina senza nome. Il vento portò l’eco di urla sguaiate, di gemiti, di pianti: un uomo avanzava fra la folla urlante, curvo sotto la croce, aveva il volto sfigurato dal dolore e dal sangue…

– Vorrei piangere anch’io come piangono gli uomini – pensò la piantina con un fremito.

Gesù in quel momento le passava accanto, e una lacrima mista a sangue cadde sulla piantina pietosa…

Subito sbocciò un fiore bizzarro, che portava nella corolla gli strumenti della passione: una corona, un martello, dei chiodi… era la passiflora, il fiore della passione.

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